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Fino dall’agosto 1899 il Ministero delle Poste e
Telegrafi deliberò d’introdurre gradatamente sui circuiti telegrafi omnibus
il sistema a corrente continua.
Cambiando il sistema di corrente intermittente in quello a corrente continua
si venivano a sopprimere gran parte delle pile, bastando quelle dei due
estremi; di più si migliorava l’andamento del servizio, semplificando ed
uniformando l’impianto degli uffici.
In seguito si pensò che la corrente, anziché essere prodotta dalle pile, che
costano e non rendono una corrente d’intensità costante, poteva benissimo
essere prodotta da un apposito impianto, ossia da una dinamo che mandasse in
permanenza una corrente continua sulla linea; questa corrente attraversa
tutti gli apparati inclusi e mantiene attratte le armature.
Allorché un ufficio vuol trasmettere, deve prima interrompere il circuito;
poi, manipolando il tasto, invia i segnali voluti.
Un vero inconveniente del sistema è prodotto appunto dalla interruzione del
circuito, che può essere effettuata con una manovella a posizione fisso o
automatica.
Con il primo modo, ossia col sistema americano, l’impiegato interrompe la
corrente e trasmette con la stessa facilità di prima; ma può dimenticare di
richiudere il circuito, e così toglie agli altri uffici la possibilità di
comunicare tra loro.
L’interruzione automatica, che è la più usata, presenta un vero
inconveniente per l’impiegato; il quale, durante la trasmissione, deve
sempre mantenere lontana una manovella per impedire che l’interruttore
automatico si richiuda durante la trasmissione.
Il manipolatore usato nella maggior parte degli uffici telegrafici italiani
è quello Forcieri.
Non è che un trasmettitore ordinario Morse, nel quale si ha una leva spinta
da una molla, che mantiene chiuso costantemente il circuito.
Per l’invio dei segnali è necessario spingere con un dito la leva, come si
vede nella figura; interrotto così il circuito, si può manipolare il tasto.
Ma la controspinta che la leva viene a dare al dito indice dell’impiegato, è
in sforzo muscolare continuo e per il tenere il dito indice così teso,
producono in breve tal senso di stanchezza, che l’operatore cerca tutti i
mezzi per sottrarsi alla spinta penosa della leva.
Molti trasmettono adoperando ambedue le mani sposando la leva con la
sinistra e manovrando con la destra; altri poi introducono un cuneo di legno
o di carta fra il bottone e la leva, e in tal modo non si stancano
eccessivamente nelle lunghe trasmissioni.
Il tasto Forcieri presenta dunque un inconveniente tale che non gli permette
di godere la simpatia del personale, ma esso non il solo.
Infatti questo manipolatore da luogo anche a lamenti continui negli uffici
telegrafici per altri disturbi a cui da origine; ad esempio l’isolamento
frequente ed involontario del circuito per il rallentamento della molla che
riposta allo stato di riposo la paletta interruttrice, e la difettosa
congiunzione metallica della spirale stessa con la leva del tasto.
Inoltre gli anelli della detta congiunzione, per la polvere, per l’ossido o
altro isolante che eventualmente vi si interpongono, non rendono stabile il
contatto elettrico, tanto che in breve il tasto Forcieri si rende
inservibile.
E di questo fatto se ne ha prova nell’Ufficio di telegrafico di Girgenti,
che pure ha soli quattro circuiti a corrente continua.
In un tempo relativamente breve si sono dovuti rimandare all’officina di
Palermo più di dodici tasti Forcieri oltre a quelli riparati in ufficio, sia
per la rottura di palette, sia per la perdita di elasticità della spirale o
per altri difetti vari.
Era naturale che si cercasse di migliorare e semplificare il trasmettitore
in parola, ed anche la TECNOFILA di Milano se ne occupò recentemente,
apportando al tasto Forcieri alcune modificazioni tendenti a rendere meno
faticosa la manovra. |